Toscana: approvato il Piano paesaggistico

Paesaggio toscano

Codice di regole condivise per il buon governo.

Toscana notizie, 18 gennaio 2014.

Approvato dalla Giunta regionale, su iniziativa dell’assessore Anna Marson, il Piano paesaggistico della Toscana, che costituirà integrazione al Pit. Gli elaborati verranno ora inoltrati al Consiglio per l’adozione e approvazione.

“Un piano ‘ciclopico’ – così lo ha definito il presidente Enrico Rossi – che stabilisce regole più precise per tutelare il nostro territorio e garantire il buon governo delle possibili trasformazioni. Riduce la discrezionalità sugli interventi con l’obiettivo di evitare speculazioni ed ecomostri e tutelare il carattere di bene comune del nostro paesaggio. Un paesaggio che è tutelato sulla base di 365 vincoli per decreto e di quelli della legge Galasso, che insieme coprono oltre il 60% del territorio. Questo ci consentirà di lasciare in eredità alle future generazioni una regione ancora bella e attraente”.

“E’ un piano che approfondisce la conoscenza, l’interpretazione e la rappresentazione dei paesaggi presenti sull’intero territorio regionale – spiega l’assessore Marson – codificandone gli obiettivi di qualità da garantire nelle trasformazioni. L’insieme dei suoi elaborati consente di superare pareri eccessivamente discrezionali, a favore di un insieme di regole pubblicamente deliberate e condivise, capaci di indirizzare le trasformazioni verso il buon governo del paesaggio”.

A differenza degli altri strumenti di pianificazione regionale, concepiti come strumenti di prevalente indirizzo di un’attività comunale in buona misura autonoma, il piano paesaggistico, ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio, e dei suoi contenuti “copianificati” con il Ministero competente, è un piano sovraordinato cui sono tenuti a conformarsi gli altri piani e programmi di livello regionale e locale.

Nei due anni di lavoro alla redazione del piano, per il quale la competente struttura regionale ha potuto avvalersi del contributo scientifico di tutti gli atenei toscani, e del lavoro di numerosi giovani ricercatori, e’ stata approfondita sia la conoscenza dei fattori e delle relazioni che definiscono i diversi paesaggi toscani, e la loro percezione, che codificati i valori, le criticità e la disciplina delle aree interessate da vincoli paesaggistici.

I vincoli paesaggistici, che riguardano le 365 aree oggetto di specifici decreti ministeriali nel corso del tempo e le aree vincolate per legge come coste, fiumi, torrenti e corsi d’acqua, territori coperti da foreste e boschi, e così via, sono stati contestualizzati, specificati e puntualmente disciplinati in coerenza con le conoscenze, le interpretazioni e le discipline strutturate dal piano per l’intero territorio regionale.

“I diversi elaborati del piano – aggiunge l’assessore regionale – alla scala regionale, alla scala d’ambito, e per le diverse categorie di beni paesaggistici formalmente riconosciuti, costituiscono nel loro insieme un formidabile avanzamento delle conoscenze relative al territorio e al paesaggio regionale e una maggior certezza delle regole che verranno applicate nel valutare i progetti di trasformazione proposti”.

Un piano per il paesaggio toscano

“Il paesaggio in Toscana conta – dice ancora l’assessore – è un bene comune di tutti i suoi abitanti, che incorpora la memoria del lavoro delle generazioni passate e costituisce un patrimonio per le generazioni a venire. Questo bene comune, la cui riproduzione richiede non solo tutela, ma anche cura e manutenzione continua, rappresenta un valore aggiunto straordinario in termini di riconoscibilità ma di attrattività anche economica del territorio. Per fare questo occorre riuscire a superare la settorialità delle attuali politiche di sviluppo economico a favore di una maggiore contaminazione e integrazione reciproca fra politiche di sviluppo e politiche per il paesaggio. E’ questa la chiave decisiva per il futuro del paesaggio toscano e del benessere della regione. Ed è con questo spirito che la Regione nell’attuale legislatura ha intrapreso e portato a compimento il percorso di redazione del nuovo Piano paesaggistico”.

Gli obiettivi del Piano paesaggistico

I “metaobiettivi” del piano sono una migliore conoscenza delle caratteristiche identitarie dl territorio della Regione Toscana, e dunque anche del ruolo che i suoi paesaggi possono svolgere nelle politiche di sviluppo regionale; una maggiore consapevolezza del fatto che una più strutturata attenzione al paesaggio può portare alla costruzione di politiche più integrate ai diversi livelli di governo; e infine un rafforzamento del rapporto tra paesaggio e partecipazione, tra cura del paesaggio e cittadinanza attiva.

Dentro a questa cornice complessiva si collocano gli “obiettivi strategici”. Tra i principali ci sono quello di garantire la fruizione collettiva dei diversi paesaggi della Toscana (accesso alla costa, ai fiumi, ai territori rurali) e quello di assicurare che le diverse scelte di trasformazioni del territorio e del paesaggio abbiano come supporto conoscenze, rappresentazioni e regole adeguate. Quest’ultimo obiettivo, secondo Marson, significa anche certezza delle regole, e quindi riduzione della discrezionalità relativa ai procedimenti, ai tempi e alle stesse valutazioni di merito che incidono sulle decisioni.

L’architettura del piano

Il piano è organizzato su due livelli, quello regionale, e quello d’ambito. Il livello regionale a sua volta è articolato in una parte che riguarda l’intero territorio regionale, trattato in particolare attraverso le “invarianti strutturali”, e una parte che riguarda invece i “beni paesaggistici” formalmente riconosciuti in quanto tali.

Gli ambiti in cui è stato suddiviso il territorio regionale sono 20: Lunigiana, Versilia e costa apuana, Garfagnana e Val di Lima, Lucchesia, Val di Nievole e Val d’Arno inferiore, Firenze-Prato-Pistoia, Mugello, Piana Livorno-Pisa-Pontedera, Val d’Elsa, Chianti, Val d’Arno superiore, Casentino e Val Tiberina, Val di Cecina, Colline di Siena, Piana di Arezzo e Val di Chiana, Colline Metallifere, Val d’Orcia e Val d’Asso, Maremma grossetana, Amiata, Bassa Maremma e ripiani tufacei.

Per definire i venti ambiti, ai fini di una maggiore efficacia delle politiche territoriali e nel riconoscimento del senso di appartenenza delle comunità locali, sono stati in generale rispettati i confini comunali, con una sola eccezione (Castelnuovo Berardenga) dettata dalla particolare configurazione territoriale. Per ogni ambito è stata redatta una specifica “Scheda d’ambito”, che approfondisce le elaborazioni di livello regionale ad una scala di maggior dettaglio, sintetizzando i relativi valori e criticità, nonché formulando specifici obiettivi di qualità e la relativa disciplina.

Gli elaborati del piano

L’insieme degli elaborati del Piano paesaggistico è costituito dalla disciplina generale, dalle elaborazioni di livello regionale (oltre agli abachi relativi alle invarianti, un approfondimento sui caratteri rurali storici e un’iconografia della Toscana degli ultimi sette secoli), dalle elaborazioni a livello di ambito con le singole schede, dalle nuove cartografie per l’intero territorio regionale, dalle schede e cartografie relative alle diverse categorie dei beni paesaggistici, e da vari allegati, tra cui le carte della”intervisibilità”, un progetto di paesaggio per la valorizzazione dei percorsi della mobilità dolce, linee guida per la riqualificazione paesaggistica dei tessuti urbanizzati di frangia e norme comuni per le energie rinnovabili.

Scritto da Lorenza Pampaloni

Per consultare gli elaborati

Comunicato Stampa No Tunnel TAV

cantiere Macelli nel 2012

Firenze, 17 gennaio 2014.

A un anno dai provvedimenti della magistratura che ha sospeso i lavori TAV a Firenze nulla è cambiato, nemmeno la politica che non si vergogna di perseverare in un progetto folle.

Un anno fa, il 17 gennaio 2013, la magistratura fiorentina emise avvisi di garanzia per oltre 30 politici e manager, sequestrò la fresa e altro materiale dei cantieri dimostrando quanti problemi ci fossero nel cantiere più grande di Firenze denunciati più volte dalla società civile e anche dal Comitato NO TUNNEL TAV.

Il Comitato ritiene importante ricordare questa scadenza perché il silenzio e l’oblio sono diventati l’alleato più importante di chi vuol andare avanti con i lavori a dispetto della razionalità e del buon senso, mentre, giova ricordarlo, tutti i problemi denunciati restano pericolosamente presenti.

Le dichiarazioni del sottosegretario Erasmo D’Angelis di alcuni giorni fa, che prevedono la ripresa dei lavori nel cantiere della stazione ai Macelli, sono la dimostrazione ennesima di come i poteri forti controllino ormai il sistema politico locale e nazionale imponendo i loro desiderata al di fuori di ogni interesse pubblico e sociale.

La situazione del trasporto ferroviario, a parte quello dell’alta velocità, è a livello vergognoso e finalmente costringe anche il presidente della Regione Enrico Rossi a prendere posizione contro le Ferrovie; è però evidente come le dichiarazioni e le proteste cozzino contro il muro di gomma delle Ferrovie che sono ormai un potere cui viene concesso di operare senza alcun controllo o progetto pubblico. Le FS sono una società per azioni, ma la proprietà è totalmente in mano al Ministero del Tesoro; se l’amministratore delegato Mauro Moretti può agire senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze delle sue azioni vuol dire che il sistema delle grandi opere inutili e degli appalti è quello che controlla la politica dei trasporti e delle infrastrutture. Non si tratta solo di malgoverno e di sperpero di risorse pubbliche: la mancanza di controllo pubblico è sostanzialmente un furto di democrazia, una sottrazione di diritti (quello alla mobilità in primo luogo, ma anche quello alla salute).

Dopo un anno di sostanziale fermo per via dell’inchiesta della magistratura i problemi emersi sono tutti lì presenti e conviene essere noiosi, ma ricordarli:

• il reato contestato di corruzione è alla base di questo progetto; senza interventi dolosi di alcuni dirigenti ministeriali e politici questo progetto sarebbe già morto e sepolto, soprattutto per le pressioni fatte sulle normative per lo smaltimento dei rifiuti, sia a livello nazionale che europeo.

• Le gravissime falle nei controlli che hanno portato allo smaltimento di enormi quantità di terre contaminate (soprattutto in Mugello) sono tuttora presenti.

• Le infiltrazioni della camorra sono un rischio sempre presente, soprattutto quando è presente la figura giuridica del “general contractor” che fa dell’opacità uno strumento di gestione dei lavori.

• Materiali e strumenti di costruzione difettosi e pericolosi: dai conci delle gallerie alle strutture interne della fresa. La cosa non sarebbe emersa se non ci fossero state le intercettazioni telefoniche della magistratura. Ad oggi, invece, non si prevedono controlli seri dei lavori nemmeno dopo quanto emerso.

• Le principali società che dovrebbero realizzare l’opera sono in pessime condizioni economiche: SELI, la proprietaria della fresa, è in odor di fallimento, la Coopsette, vincitrice della gara per il Passante, avrebbe evitato il fallimento ricorrendo al concordato preventivo, sostanzialmente non pagando i fornitori e i debitori; in seguito si sarebbe salvata con una operazione simile a quella fatta per Alitalia ed Etruria, dividendo cioè la società in due imprese, una che si è presa gli appalti più remunerativi e una “bad company” cui sono stati attribuiti tutti i debiti.

• La normativa sulle terre di scavo, introdotta nell’agosto 2012 (decreto 161) emanata per risolvere il problema di 3 milioni di m3 di terra che non si saprebbe dove mettere, confligge con le normative europee; su tutti i progetti mal fatti, che prevedono anomali quantità di terre contaminate, pende la spada di Damocle di un procedimento di infrazione.

• In risposta ad una interrogazione dell’onorevole Bonafede, il ministero dell’Ambiente ha ammesso di aver ritirato l’autorizzazione al piano di utilizzo delle terre di scavo delle gallerie che sarebbero dovute andare a Cavriglia; gli scavi delle gallerie non possono assolutamente iniziare nemmeno con le norme corrive applicate.

• Nel frattempo alcune rilevazioni dell’ARPAT hanno riconosciuto che l’impatto sulla falda è molto forte sia nella zona di Campo di Marte, sia ai Macelli nonostante tutti i proclami e le promesse tranquillizzanti fatte. Ad oggi non è dato sapere che provvedimenti si intendano prendere per ovviare a questo pericoloso inconveniente, anzi, invece di cercare di trovare rimedi si parla di riprendere con gli scavi ai Macelli! Ricordiamo che i rischi sono danneggiamento alle fondazioni degli edifici e possibili cedimenti del terreno.

A questi elementi emersi nell’ultimo anno ci sarebbero da aggiungere tutti problemi documentati e denunciati da esperti e dal comitato: cedimenti del terreno, possibili danni al patrimonio abitativo e artistico, errata progettazione sismica, errate previsioni degli effetti dello scavo, per finire alla mancanza di VIA (valutazione di impatto ambientale) proprio sulla stazione Foster, una grave lacuna sempre ignorata.

Davanti al disastro che si ricava dal noioso elenco riportato sopra, il governo, nella persona del sottosegretario al ministero delle infrastrutture Erasmo D’Angelis, non ha trovato di meglio che annunciare la ripresa dei lavori nella stazione Foster.

Il Comitato denuncia la forzatura di questa operazione: si rischia di gettare una quantità enorme di risorse per realizzare uno scavo che resterebbe solo una ferita nella città, per costringere l’opinione pubblica, in un secondo tempo, ad accettare l’inevitabilità della realizzazione dei tunnel. È un ricatto ignobile.

In questo quadro rifulge il silenzio del sindaco Matteo Renzi, attentissimo a curare mediaticamente la sua immagine; davanti alla vergogna e al disastro di questo progetto la miglior cosa è tacere facendo intendere che il Comune non c’entra nulla: invece c’entra eccome, urbanistica e sicurezza dei cittadini sono competenze del primo cittadino. Il silenzio è stato comprato con diverse decine di milioni di euro da Moretti e c’è anche la promessa di altri soldi per le casse sinistrate di Palazzo Vecchio se i lavori procederanno.

Nelle chiacchiere dei sostenitori dei tunnel di Firenze si è sempre detto che si doveva cominciare a scavare per fare “presto e bene”. Il Comitato si chiede perché non viene abbandonato questo progetto i cui tempi di realizzazione sono ormai fuori controllo (15, 20 anni?) e non si studiano interventi alternativi che avrebbero da subito tre effetti positivi:

  1. con le stesse risorse economiche si realizzerebbero più lavori e si potenzierebbe tutta la rete ferroviaria
  2. si creerebbero da subito molti più posti di lavoro, anche per le ditte toscane che adesso sono scavalcate dal general contractor
  3. si farebbero interventi parziali che hanno tempi di realizzazione molto inferiori e si avrebbero benefici in tempi molto più ravvicinati

Ma questo ormai sono domande affidate al solo buon senso, materiale che scarseggia nella politica italiana.

Il Comitato proseguirà nella sua opera di informazione presso i cittadini – soprattutto nei pressi dei cantieri – preparando un convegno sul Passante di Firenze, sui rischi e sulle possibili alternative.

 

Comitato NO TUNNEL TAV Firenze

 

A proposito di Renzi.

Alberto Asor Rosa

La rivoluzione moderata e la nascita del nuovo politico

di ALBERTO ASOR ROSA, Il Manifesto, 16 Gennaio 2014

Prima di entrare nel merito della delicata materia politica, cui questo articolo intende fare riferimento, devo confessare una mia personale difficoltà, o storico disagio, che potrebbe rendere quanto segue altamente opinabile. E cioè: quando il dissenso politico diventa abissale, si trasforma in una differenza antropologica, che lo fonda e giustifica. Per quanto mi riguarda è così che io guardo Matteo Renzi, il nuovo e brillante leader della sinistra italiana. E’ come se lui ed io appartenessimo a mondi diversi, incomunicabili. Perciò dicevo della mia difficoltà di costruirci un discorso ragionevole sopra. Sarebbe come se al marziano di Flaiano si fosse chiesto di formulare un oculato giudizio politico sui frequentatori dei caffè di Via Veneto, o anche viceversa (ai tempi suoi, s’intende: adesso anche lì è tutt’altra cosa).

Tutto ciò — lo dico senza ironia e senza nessuna autocondiscendenza affabulatoria — pende gravemente a mio sfavore. Lui è il nuovo che avanza, con tutta la forza dirompente della sua totale (anche anagrafica) ignoranza del passato. Io sono il passato che guarda con sbigottimento al presente, con la pretesa, oggi totalmente, anzi comicamente vana, che la conoscenza del passato, e il tenerne conto, come si faceva una volta, possano portare ancora qualche piccolo elemento di previsione, e di azione, per il presente. Ma allora, se della politica abbiamo due nozioni e credenze nettamente opposte, perché presumere di giudicare una delle due politiche dalla specola di osservazione di una concezione della politica che le è esattamente opposta? Sappia perciò il lettore — lo dico per onestà intellettuale — che questo articolo sarà marcato negativamente da questa forte pregiudiziale .

Ridurrò il resto ad alcune considerazioni basilari, anzi, a questa sparsa “lettura del testo”, che illumini (forse) il punto in cui siamo.

1. L’ho già detto in altre occasioni, ma in esordio voglio tornare e ricordarlo. Renzi, e il renzismo, il quale già gli è nato e anzi prospera vigorosamente accanto, rappresenta l’approdo finale della lunga parabola iniziata venticinque anni fa con la Bolognina di Achille Occhetto. Qual è l’essenza di questa parabola? L’essenza di questa parabola è la cancellazione, oggi ormai totale e irreversibile, della tanto vituperata “diversità comunista” (cioè della pretesa, abominevole agli occhi di molti, di fare politica in modo diverso per obiettivi diversi). Questa cancellazione incide tanto più pesantemente sul panorama politico italiano in quanto non ha dato luogo, come si poteva pensare e sperare, alla nascita di un’opzione socialista. Il crollo del vecchio socialismo, in ragione fondamentale (ma non solo) della campagna giudiziaria di Mani pulite, e il rifiuto, da studiare ancora fino in fondo, della dirigenza post-comunista di subentrargli in quel ruolo, hanno prodotto questo unicum nella storia europea degli ultimi due secoli: l’Italia è l’unico paese in Europa in cui non esiste un partito socialista. Il continuo decalage autodefinitorio — Pci, Pds, Ds, Pd… — e cioè in buona sostanza l’incertezza profonda su cosa si è e soprattutto su cosa si vuole essere o diventare, ha prodotto la perdita di qualsiasi identità culturale e ideale. Il renzismo replica: che bisogno ce n’è? La politica ne prescinde. Intanto andiamo avanti a tutta birra. Poi, eventualmente, si vedrà.

2. Come già accennavo, la chiave di tutta questa storia sta nell’incredibile serie di errori commessi dalla vecchia dirigenza post comunista (che non abbiamo né spazio né voglia di approfondire in questa sede, ma diamo ormai per storicamente appurati). L’ultimo soprassalto identitario si verifica quando Bersani sconfigge nettamente Renzi alle primarie del 2012. Il genio del renzismo consiste nell’avere colto il momento in cui lo sfinimento del vecchio gruppo dirigente lascia aperte le porte al più drastico dei rovesciamenti. Tale rovesciamento consiste essenzialmente di tre aspetti:

a) Renzi sostituisce la forza plebiscitaria del consenso alla gerarchia organizzata e scalare (e talvolta un po’ omertosa) del Partito. Cioè, in sostanza, nega l’utilità e l’opportunità in re del Partito, il quale resta come un puro guscio, la bandiera da sventolare (ma neanche troppo, spesso quasi per niente) nelle occasioni ufficiali. Cioè: cambia la nozione stessa di democrazia, che questo paese bene o male ha praticato dal ’45 a oggi (tutelata, se non erro, da certi aspetti non irrilevanti della nostra Costituzione);

b) Insieme con l’utilità e l’opportunità del proprio Partito (e, più in generale, della forma partito in quanto tale), nega l’utilità e l’opportunità della rappresentanza parlamentare. Infatti, tradizionalmente, fra il corpo degli eletti, i quali, almeno teoricamente, dovrebbero rappresentare l’autentica volontà popolare, e la direzione del Partito corrispondente c’è sempre stata (almeno dopo la chiusura, per il Pci, della fase staliniana) una dialettica di confronto e di scambio. Oggi la rappresentanza parlamentare viene trattata alla stregua di una semplice esecutrice dei diktat provenienti dalla direzione renziana;

c) La politica si dispiega, per il verbo renziano, come la serie di atti che servono a raggiungere il più rapidamente ed efficacemente possibile quel determinato risultato. La direzione di marcia dell’intero processo, e i suoi riflessi sulla situazione sociale, culturale ed etico-politica del paese, restano nell’ombra. Probabilmente ci sono, ma meno si vedono e meglio è (o forse, se si vedessero, sarebbe molto peggio). Come si dice a Roma “famo a fidasse”.

3. Se le osservazioni precedenti sono minimamente fondate, salta all’occhio che le caratteristiche “nuove” del renzismo (cioè la velocissima rivoluzione accaduta negli ultimi due anni nel campo della sinistra moderata) sono enormemente simili a quelle già verificatesi nel corso degli anni precedenti nel centro-destra e nella realtà politica del dissenso e dell’opposizione popolari. Per vincere Silvio Berlusconi e Beppe Grillo — cosa che non era stabilmente accaduta mai alla vecchia dirigenza post-comunista e post-democristiana — occorreva seguirli sul loro stesso terreno. Questo mi pare davvero inconfutabile: leaderismo assoluto, populismo plebiscitario, discreto disprezzo dei meccanismi istituzionali e costituzionali, rifiuto del sistema-partito e del sistema-partiti, rottura degli schemi della vecchia, logora e consunta immagine del politico ancien régime, sono i punti di forza del “nuovo politico” al di là e al di qua dei tradizionali, anch’essi terribilmente obsoleti, limiti politico-ideali, destra, sinistra, e quant’altro ci viene dal passato. Il “nuovo politico” non ha avversari: ha solo concorrenti, da battere più o meno sul loro stesso terreno. Fra loro potrebbero persino intendersi: e non è detto che almeno su certi terreni, per esempio la nuova legge elettorale, questo non accada.

4. Il dato forse più significativo di tale processo è che esso ha acquisito rapidamente un vasto consenso popolare. Il “popolo” (insomma, più esattamente, un quoziente piuttosto vasto dell’elettorato del Pd, con ramificazioni significative negli altri elettorati) segue Renzi su questa strada. Da più parti si sente ripetere: «Con Renzi si vince». Importa meno sapere “cosa si vince”, purché sia raggiunta una ragionevole sicurezza che “con Renzi si vince”. Dunque, leaderismo, populismo plebiscitario, liquidazione dei partiti, un discreto disprezzo per il gioco parlamentare e per le istituzioni che lo garantiscono, hanno fatto breccia in profondità. Media — organi di stampa, televisioni, opinion makers — si allineano sempre più entusiasticamente. Uomini inequivocabilmente di sinistra (Vendola, Landini) sembrano guardare con simpatia alle possibilità di manovra, che il “nuovismo” renziano consente loro (per forza, meglio che star fermi, oppure restare per sempre marginali!).

5. Dunque, c’è stato, come sempre accade in questi casi, un processo di reciproco riconoscimento tra il leader nascente e le masse mutanti (ne hanno discorso recentemente Eugenio Scalfari ed Ernesto Galli della Loggia rispettivamente su la Repubblica e il Corriere della Sera: tornerò prossimamente su tale argomento). Si potrebbe ragionare a lungo su tali processi. Quel che conta è però che siano avvenuti. Constatarlo non significa però sapere come contrapporvisi. Anzi: è difficile interporsi soprattutto nel momento stesso in cui, come accade ora, tale congiungimento avviene. E tuttavia, il momento in cui il congiungimento avviene è però anche quello in cui una possibile interposizione va elaborata e presentata; altrimenti la partita è chiusa come minimo per un decennio. Ma qui conciano i dolenti lai. Non si tratta infatti di contrapporre soltanto un’ipotesi politica a un’altra, per ora prevalente. Si tratta, per riesumare una vecchia, detestatissima terminologia, di ricreare una cultura politica della sinistra, ancorata alla tradizione (tutto quel che c’è di buono al mondo ha un passato e una storia) e al tempo stesso moderna, modernissima, più dell’altra che, tutto sommato, non vede molto più al di là della punta del proprio naso. Ossia. cominciare a dire ragionevolmente quel che si vuole e prima di dire come lo si vuole. Resta dunque qualcosa del passato: diversi. Ma nuovi: non più comunisti. Questa è la scommessa. Resta tutto sommato credibile dal fatto che in Italia di così ce ne sono tanti, li conosco e ci lavoro insieme. Difficile è stendere la rete fra le loro non sempre facilmente assimilabili diversità. ma se si deve fare, si farà. In tempi di durissima carestia è esattamente quello che bisogna tornare a fare.

6. Prima di chiudere vorrei esibirmi nell’ultima farneticazione politica, anzi politicistica. Se le cose stanno come il passatista dice, bisognerebbe evitare a ogni costo che il governo Letta cada e si vada, come gli homines novi più o meno concordemente auspicano, al voto. Per tre motivi (almeno): a) bisogna evitare che la destra si ricompatti; b) bisogna elaborare una buona legge elettorale che senza equivoci assicuri in questo paese l’alternanza: il doppio turno e le preferenze (possibilmente più di una), sono l’unico sistema in grado di farlo, e per ottenerlo ci vorrà più tempo di quanto si pensi; c) abbiamo bisogno di tempo per elaborare, proporre e imporre una nuova cultura politica, della sinistra, con le conseguenze che un tale processo potrebbe avere sull’intero assetto politico e civile del paese. Sono argomentazioni paradossali per uno che invita a resuscitare la vecchio-nuova sinistra? Sì, è vero. Ma il paradosso è la nostra attuale condizione di vita — persino della vita pubblica e civile (talvolta personale), oltre che politica. Fare a meno del paradosso oggi non si può. Perciò è necessario astutamente governarlo.

Il progetto della fattoria aperta

DSC_1594VERSO MONDEGGI BENE COMUNE. Documento approvato nell’Assemblea tenuta a Pozzolatico il 12 gennaio (si veda anche il documento pubblicato a dicembre),

La Carta dei Principi

  1. Promuovere la gestione di Mondeggi come bene comune e impedirne la privatizzazione.
  2. Creare percorsi sperimentali di custodia del bene comune da parte di comunità di persone che si uniscono con questo intento, mantenendo una forte relazione con la comunità territoriale.
  3. Generare ricchezza diffusa (sociale, ambientale, relazionale) costruendo un’economia locale che si autosostiene, che conserva il patrimonio naturale ed edilizio e lo mantiene accessibile e fruibile, impedendo ulteriori sprechi di denaro pubblico.
  4. Sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e opportunità di lavoro alternativo al lavoro dipendente attraverso forme di autogestione.
  5. Promuovere l’agricoltura contadina come strumento di autodeterminazione alimentare e salvaguardia del patrimonio agro-alimentare, e sostenere un’agricoltura naturale nel pieno rispetto dell’ambiente, degli esseri viventi e della dignità umana.
  6. Innescare percorsi inclusivi di aggregazione e partecipazione  con particolare attenzione al disagio sociale e alla disabilità, attraverso pratiche di accoglienza e condivisione del lavoro.
  7. Promuovere stili di vita sobri basati sulla pratica:
  • di forme di autocostruzione e autorecupero.
  • dell’autosufficienza energetica con tecniche povere e nuove tecnologie che non compromettano la vocazione agro-alimentare della terra.
  1. Stimolare e accogliere tutte le forme di arte che rispettino lo spirito di questa carta e che sono sale e nutrimento della vita comunitaria.
  2. Custodire e curare i valori storici e paesistici del territorio, garantendo l’uso comunitario delle Acque, dei Boschi e dei Percorsi Storici e di tutti i valori ambientali ed ecologici, in una progressiva acquisizione partecipata del valore culturale dei luoghi.

 

Carta degli Intenti – Verso Mondeggi Bene Comune

L’intento principale è quello di riabitare Mondeggi, insediando nuclei familiari e singole persone nelle abitazioni rurali già esistenti della Fattoria, in modo da ricostituire il “popolo di Mondeggi” che dovrà essere composto in primo luogo da coloro che si dedicheranno al lavoro della terra.

All’interno del nuovo villaggio contadino verrà praticata un’agricoltura familiare dedicata all’autosufficienza alimentare dei poderi, attraverso orti condivisi e piccoli allevamenti da cortile, inoltre gli abitanti – assieme anche a persone non residenti a Mondeggi, ma che vorranno lavorarci tutti insieme nell’intento di ridurre progressivamente l’impronta ecologica costituiranno la “Fattoria senza padroni” che si articola mediante due forme assembleari: l’Assemblea di Fattoria e l’Assemblea plenaria territoriale.

L’Assemblea di Fattoria stabilirà la forma associativa, lo statuto e il regolamento e definirà i metodi di funzionamento interno inclusa la turnazione dei responsabili della gestione, inoltre sarà lo strumento primario di organizzazione del lavoro, delle risorse, e dei piani colturali, basandosi sui seguenti principi cardine:

  • la solidarietà al posto della concorrenza;
  • la giustizia sociale;
  • l’uguaglianza e la reciprocità dei diritti;
  • l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali;
  • la salute dei produttori e dei consumatori;
  • la salvaguardia e l’incremento della biodiversità e della fertilità dei suoli.
  • l’utilizzo di forme di finanza mutualistica e solidale e di pratiche di scambio e di baratto.

Sulla base di questi principi l’Assemblea di Fattoria si occuperà delle colture più impegnative per estensione e reddito, organizzandosi in gruppi di interesse, ritenendo vitale lo scambio di manodopera e il mutuo soccorso.

I mezzi di produzione potranno essere di proprietà collettiva o individuale, mentre i locali di spaccio, trasformazione e stoccaggio saranno comunitari. I prodotti contadini verranno distribuiti al pubblico direttamente nello spaccio della Fattoria e attraverso il circuito dei Mercati Contadini e dei Gruppi d’Acquisto Solidale.

Dato che la Fattoria di Mondeggi è per tutti noi un bene comune, riteniamo che appartenga alla comunità territoriale che con essa ha rapporti storici e culturali.

Nostro intento quindi, sarà quello di includere per quanto possibile, la comunità nella gestione partecipata.

L’Assemblea di Fattoria, con questi intenti assumerà le decisioni al suo interno mediante il Metodo del Consenso e le sottoporrà all’Assemblea plenaria territoriale che potrà esprimere pareri e modifiche con il medesimo metodo. Le due Assemblee sono composte da persone singole, nel rispetto della Carta dei Principi.

 

La fattoria aperta

La prossimità di Mondeggi all’area urbana risulta strategica per rinnovare le relazioni fra città e campagna, sensibilizzando e coinvolgendo cittadini-consumatori sempre più consapevoli e contadini-produttori sempre più responsabili in percorsi di co-produzione.

Per questi motivi la “Fattoria senza padroni” sarà sempre aperta alla popolazione attraverso varie attività: laboratori didattici per bambini e non solo, un calendario di visite alla fattoria sul modello dei percorsi di Garanzia Partecipata, programmi di integrazione della disabilità, momenti di festa e convivialità legati alle produzioni stagionali, ma soprattutto attraverso un confronto costante tra l’Assemblea dei residenti e l’Assemblea plenaria territoriale per Mondeggi Bene Comune – Fattoria senza padroni, in un virtuoso rapporto di reciproca dipendenza.

Questa mutua dipendenza dovrà essere sempre salvaguardata.

A scuola dai contadini

Sappiamo bene che non si può parlare di ritorno alla terra, di “rinascimento dell’agricoltura” se non si creano momenti di trasmissione gratuita dei saperi e delle buone pratiche.

Per questo riteniamo che il villaggio contadino che potrebbe nascere a Mondeggi sarebbe il luogo ideale per una scuola di vita contadina.

Questo tipo di attività formativa potrebbe inoltre avvalersi del contributo dell’Ass.WWOOF Italia, vista la sua esperienza pluridecennale nel mettere in relazione le persone che vogliono fare pratica di agricoltura naturale e le aziende che già la fanno.

Oltre alla conoscenza diretta delle pratiche agricole la Scuola Contadina potrebbe anche offrire incontri e seminari dedicati, proporre mostre e presentazioni di libri sulla civiltà contadina e l’agricoltura naturale, convegni, mostre e tutte quelle attività volte alla promozione dei contenuti della presente Carta dei Principi e degli Intenti in collaborazione con tutti coloro che vi ci si riconoscono.

Il parco della condivisione

Perché Mondeggi sia un luogo di condivisione avanziamo queste proposte:

  • dedicare parcelle di seminativo ad orti sociali e condivisi, assegnati dalle assemblee a gruppi di famiglie o singoli che vogliano dedicarsi all’autoproduzione di almeno una parte del proprio fabbisogno alimentare;
  • creare un vivaio “popolare” contadino per la produzione di piantine biologiche che vada incontro alle esigenze dei piccoli produttori, degli amatori e di chi produce per l’autosostentamento e che possa coinvolgere nel ciclo produttivo anche persone in difficoltà. Il vivaio avrà inoltre le funzioni di recupero del germoplasma, valorizzazione della biodiversità agraria e vegetale, di banca del seme, riproduzione di varietà rare o antiche, luogo di incontro, confronto e scambio di conoscenze sui semi/marze, innesti, lieviti ed esperienze su tempi, modi e tecniche colturali senza utilizzo di prodotti chimici di sintesi;
  • allestire un  apiario didattico dove poter osservare in tranquillità il volo delle api;
  • allevare animali dedicati sia a fini produttivi che terapeutici nei principi del benessere reciproco;
  • allestire uno spazio dedicato al gioco dei piccoli e dei meno piccoli;
  • realizzare un teatro di paglia dove organizzare nel periodo estivo rassegne di teatro, musica e balli nell’aia e dinamicamente  tanto altro;
  • fare di Mondeggi il centro di itinerari di conoscenza e di pratica amichevole dei valori del Territorio, a cominciare dalle terre pubbliche di Bagno a Ripoli.
  • organizzare momenti di raduno nazionale delle reti contadine.

Mondeggi Bene Comune – Fattoria senza padroni sarà un percorso di sperimentazione sociale in continua evoluzione. Questo documento, è il risultato di un percorso partecipativo, che si è sviluppato attraverso molteplici incontri, iniziative e assemblee pubbliche.